Ventoriva era costruita su una collina che guardava il mare, e il vento ne conosceva ogni angolo. Entrava dalle finestre delle cucine, gonfiava le lenzuola, faceva girare le pale del mulino e portava fino alla piazza l’odore del sale.
Gli abitanti si lamentavano spesso di lui. Il fornaio diceva che gli raffreddava il pane. La sarta lo accusava di rubarle i cartamodelli. Il sindaco si arrabbiava quando scompigliava i fogli dei suoi discorsi. Perfino i bambini, quando perdevano un cappello, gridavano: «Vento dispettoso!»
Poi, un martedì mattina, il vento non arrivò.
Le bandiere rimasero appese alle aste come panni bagnati. Le pale del mulino non fecero un solo giro. Il fumo dei camini salì diritto e si fermò sopra i tetti, formando una nuvola grigia che non sapeva dove andare.
All’inizio gli abitanti furono contenti. Il fornaio lasciò le pagnotte a raffreddare davanti alla porta. La sarta aprì tutti i suoi disegni sul tavolo. Il sindaco pronunciò un discorso senza dover tenere ferme le pagine.
Ma il giorno dopo il paese cominciò a sembrare stanco. L’aria nelle stanze era pesante, i fiori chini e il mare liscio come una lastra di vetro. Al terzo giorno, le campane suonarono, ma il loro suono cadde ai piedi del campanile.
Soltanto Lea, che aveva dodici anni e disegnava mappe dei rumori, si accorse che nel silenzio restava una voce. Veniva dalla soffitta di suo nonno e faceva: fru-fru, fru-fru, come una carta che ricordasse ancora il cielo.
L’aquilone rosso
In soffitta, sotto una coperta, Lea trovò un aquilone rosso. Era grande, cucito a mano, con una coda fatta di nastri scoloriti. Apparteneva a suo nonno Enea, che da ragazzo costruiva aquiloni per tutti i bambini di Ventoriva.
Lea lo portò alla finestra. Anche senza vento, la carta tremò. Sul bastoncino centrale era incisa una frase:
«Nonno, dove sono finite quelle strade?» chiese Lea.
Enea guardò le case strette della collina. Molte finestre erano chiuse. Tra un cortile e l’altro erano comparsi muri alti; sugli alberi, potati perché non perdessero foglie, restavano pochi rami.
«Le abbiamo chiuse un poco alla volta» rispose. «Ogni volta che il vento ci disturbava, gli toglievamo un passaggio. Una grata sul vicolo, una finestra sigillata, una siepe al posto di un albero. Pensavamo di fermare soltanto il disordine.»
«E invece?»
«Abbiamo fermato anche il respiro.»
Enea indicò la cima della collina, dove sorgeva la Torre dei Quattro Respiri. Un tempo le sue finestre guardavano il nord, il sud, l’est e l’ovest. Ora erano murate.
«Se il vento ha lasciato una traccia, è lassù» disse.
Lea legò il gomitolo alla traversa dell’aquilone, infilò in tasca un pezzo di pane e cominciò a salire.
La Torre dei Quattro Respiri
La strada verso la torre attraversava uliveti immobili. Senza il fruscio delle foglie, Lea sentiva il proprio cuore battere e il rumore dei passi sulla polvere.
La porta della torre era socchiusa. Dentro, una scala girava intorno a un pozzo di luce. Su ogni pianerottolo c’era una finestra murata e, davanti a ogni muro, una piccola campana di vetro.
Nella prima dormiva una piuma. Nella seconda un seme di acero. Nella terza un filo azzurro. Nella quarta una manciata di sabbia. Non erano prigionieri: riposavano sul fondo, come cose che avevano smesso di aspettare.
In cima alla scala sedeva Auro, il custode della torre. Aveva capelli bianchi e una sciarpa così lunga che gli girava intorno ai piedi.
«Sei venuta a riprendere il vento?» domandò.
Lea annuì.
«Allora devi sapere che il vento non è stato rubato. Nessuno potrebbe chiuderlo in una torre. Se n’è andato perché Ventoriva gli ha detto, cento volte e in cento modi, che non era più il benvenuto.»
Lea guardò le finestre murate. «Posso aprirle?»
«Puoi. Ma da qui entrerà soltanto un soffio. Perché il vento ritorni davvero, ogni casa dovrà offrirgli almeno una strada.»
Lea appoggiò l’aquilone contro la finestra orientale e cominciò a togliere i mattoni. Dietro l’ultimo trovò una lama d’aria fresca. La piuma sotto la campana si sollevò, il seme fece un piccolo giro e la sciarpa di Auro si mosse per la prima volta dopo molti giorni.
Ma l’aquilone non volò. Il filo rimase molle tra le mani di Lea.
«Un solo passaggio non basta» disse Auro. «Il vento è un viaggio, non una stanza.»
Le porte chiuse
Lea tornò in paese e bussò alla prima casa. «Aprite una finestra per il vento» chiese.
«Mi riempirà il pavimento di polvere» rispose il calzolaio.
Bussò alla bottega della sarta. «Lasciate libero il vicolo.»
«E i miei cartamodelli?» protestò lei.
Il fornaio temeva per il pane, il fioraio per i vasi, il sindaco per i discorsi. Tutti dicevano di desiderare il ritorno del vento, purché non spostasse nulla.
Lea salì sul bordo della fontana con l’aquilone tra le braccia.
«Non possiamo chiedere al vento di tornare e poi obbligarlo a stare fermo» disse. «Forse farà cadere un foglio. Forse porterà polvere. Ma senza di lui il fumo non parte, i semi non viaggiano e le campane non raggiungono nessuno.»
Gli abitanti la ascoltarono, ma nessuno mosse una maniglia.
Quella sera, il fumo del forno riempì il vicolo e il fornaio dovette spegnere il fuoco. Nel giardino della scuola, i piccoli aceri lasciarono cadere i semi tutti nello stesso punto, senza poterli affidare alla terra lontana. Una barca cercò di rientrare dal mare, ma la vela vuota non riuscì a portarla verso il molo.
Lea vide la lanterna della barca oscillare nell’oscurità. Non c’era più tempo per convincere le persone una alla volta.
Prese l’aquilone rosso e corse di nuovo verso la torre.
La notte delle finestre aperte
In cima alla Torre dei Quattro Respiri, Lea aprì anche le finestre del nord, del sud e dell’ovest. Auro tolse le campane di vetro. La piuma volò verso l’alto, il seme seguì una spirale, il filo azzurro si annodò alla coda dell’aquilone e la sabbia danzò sul pavimento.
Un soffio tese la carta rossa. Lea lasciò correre il gomitolo.
L’aquilone si alzò sopra la torre, ma invece di volare verso il mare si voltò verso Ventoriva. Il suo filo diventò una sottile riga luminosa, tesa dal cielo alla prima casa del paese.
Enea vide la luce. Aprì la finestra della soffitta.
Il soffio entrò, attraversò la stanza e uscì dalla porta sul retro. Raggiunse la casa del calzolaio. Lui esitò, poi sollevò le imposte. La polvere si mosse, sì, ma insieme a lei uscì l’odore di colla che da giorni rendeva l’aria irrespirabile.
La sarta posò un fermacarte sui disegni e aprì il balcone. Il fornaio coprì le pagnotte con un telo e spalancò la bottega. I bambini tolsero la grata dal vicolo. Il sindaco raccolse i fogli del discorso e, per una volta, decise che avrebbe parlato senza leggerli.
Ogni porta aperta rendeva il vento più forte. Attraversò i cortili, salì sui tetti, spinse il fumo verso il mare. Poi raggiunse la barca e ne gonfiò la vela. Dal molo arrivò un grido: «Sta tornando!»
Infine il vento entrò nella piazza con una folata così allegra da rovesciare un vaso, far volare tre cappelli e spargere tutti i fogli del sindaco nella fontana.
Per un momento nessuno parlò.
Poi il sindaco guardò i fogli bagnati e scoppiò a ridere. La sarta afferrò un cappello al volo. Il fioraio rialzò il vaso. I bambini corsero dietro alle pagine trasformandole in barchette.
Il paese non era in ordine. Ma respirava.
Ciò che il vento riportò
La mattina seguente, Ventoriva aveva un aspetto diverso. Sul selciato c’erano foglie, sulla fontana galleggiavano barchette di carta e un lenzuolo era finito sul ramo di un fico. Ma l’aria profumava di mare e le pale del mulino giravano di nuovo.
Gli abitanti non abbatterono tutti i muri e non tennero ogni finestra sempre aperta. Impararono qualcosa di più difficile: scegliere dei passaggi. Piantarono alberi nei cortili, riaprirono i vicoli e costruirono imposte che si potessero chiudere durante le tempeste e spalancare nei giorni sereni.
La sarta cucì piccoli pesi di stoffa per i suoi cartamodelli. Il fornaio inventò una rastrelliera che lasciava passare l’aria senza raffreddare il pane. Il sindaco cominciò a numerare le pagine e, ogni tanto, lasciava che il vento ne scegliesse una.
Lea continuò a disegnare mappe dei rumori. Su quella di Ventoriva aggiunse il fruscio degli ulivi, il giro del mulino, le campane che raggiungevano il porto e il suono di un aquilone rosso sopra la collina.
Quando qualcuno le chiedeva dove fosse stato il vento, lei rispondeva: «Non lontano. Aspettava che smettessimo di volere il suo dono senza accettare il suo passaggio.»
L’aquilone rimase appeso nella Torre dei Quattro Respiri. Nei giorni senza corrente sembrava un semplice pezzo di carta. Ma appena una finestra si apriva in paese, la sua coda si sollevava.
Era il modo del vento per ricordare a tutti che ciò che dà vita non può essere accolto soltanto a metà.
Se vuoi seguire un’altra piccola luce verso la strada del ritorno, continua con La strada delle lucciole.
Per proteggere ciò che amiamo, a volte costruiamo muri così alti da non lasciar passare più niente. Ma la vita ha bisogno di porte: per cambiare l’aria, portare lontano un seme e farci incontrare ciò che non avevamo previsto.
Accogliere il vento significa accettare che qualcosa si muova. È così che il mondo torna a respirare.


