Nico aveva undici anni e conosceva ogni curva della strada bianca che usciva dal paese. Conosceva il sasso a forma di tartaruga, il cancello che cigolava anche quando non c'era vento e il punto esatto in cui il telefono smetteva di prendere. Non conosceva, invece, la collina.
La collina si alzava oltre i campi di grano come una schiena stanca. D'estate era color paglia, d'inverno diventava grigia e, in primavera, si copriva di erba bassa. Non c'era un solo albero.
«Era così anche quando eri bambino?» chiese Nico ad Anselmo, la domenica in cui cominciarono a camminare insieme.
Anselmo non rispose subito. Aveva settantadue anni, un cappello di feltro e l'abitudine di lasciare che le domande riposassero prima di ricevere una risposta.
«No» disse infine. «Quando avevo la tua età, sulla collina c'era un bosco. Non fitto come quelli delle montagne, ma abbastanza grande da far sparire la strada nelle sue ombre.»
Nico si voltò verso il pendio nudo. Cercò di immaginare i tronchi al posto dei cespugli, i rami al posto del cielo aperto, il fruscio delle foglie là dove passava soltanto il vento.
«E dove sono finiti?»
Anselmo indicò una piccola scatola di latta che teneva nella tasca della giacca. «Questa è una storia lunga. Ma possiamo cominciare dal primo passo.»
Le parole del paesaggio
Da quella domenica, Nico e Anselmo presero a incontrarsi ogni settimana. Non sempre salivano sulla collina. A volte seguivano il fiume, altre volte si sedevano vicino al vecchio mulino, dove l'acqua aveva imparato a passare anche senza più far girare le pale.
Anselmo raccontava il paesaggio come si racconta una persona: la quercia che teneva fresco il cortile della scuola, i pioppi che segnalavano la riva prima che arrivassero le mappe, il noce sotto il quale suo padre riparava le biciclette.
«Ma come fai a ricordare tutto?» domandò Nico.
«Non ricordo tutto. Ricordo ciò a cui ho dato attenzione.»
Il bambino cominciò allora ad accorgersi di cose che prima attraversava senza vedere. La crepa nel muro dove crescevano due fili d'erba, il nido abbandonato tra i rami bassi, le pietre disposte lungo i campi per non far scivolare la terra quando pioveva.
Un pomeriggio Nico disse: «Se nessuno ricorda una cosa, è come se non fosse mai esistita?»
Anselmo raccolse una foglia secca. «No. Ma diventa più difficile ritrovarne la strada. Per questo raccontiamo.»
La scatola di latta
Una domenica di vento, Anselmo aprì finalmente la scatola. Dentro c'erano semi piccoli e scuri, avvolti in un pezzo di carta ormai morbido agli angoli.
«Sono semi di roverella» spiegò. «Li raccolsi molti anni fa, quando abbatterono gli alberi della collina per allargare la strada.»
Nico strinse gli occhi. «Perché non li hai piantati?»
Anselmo guardò il paese in lontananza. «All'inizio pensavo che lo avrebbe fatto qualcun altro. Poi sono arrivati il lavoro, la casa, le giornate che corrono. Dopo un po' ho avuto paura che fosse troppo tardi.»
«Per i semi?»
«Per me.»
Nico non seppe che cosa dire. Anselmo rovesciò un seme sul palmo della mano: pareva una goccia di buio, leggera abbastanza da essere portata via dal vento e ostinata abbastanza da aspettare la stagione giusta.
«Un seme non sa se chi lo pianta vedrà l'albero» disse il vecchio. «Sa soltanto che qualcuno ha scelto di affidargli un domani.»
Nico prese la scatola. «Possiamo piantarli adesso?»
Anselmo sorrise, ma non era ancora un sì. «Possiamo cercare un posto che accetti di aspettare.»
Il terreno che nessuno voleva
Il posto era una striscia di terra dietro la vecchia stazione. Un tempo vi passavano i carri merci; ora vi cresceva solo un rovo, con le rotaie nascoste sotto la polvere.
Nico andò a chiedere permesso alla signora Ada, che abitava nella casa più vicina. Ada ascoltò la proposta con le braccia conserte.
«Qui?» disse. «È un terreno dimenticato.»
«Proprio per questo» rispose Nico. «Potremmo ricordargli a che cosa serve.»
La signora Ada non promise niente, ma il giorno dopo arrivò con una zappa. Poi venne il maestro di Nico, con una pila di vecchi secchi. Poi due sorelle che non parlavano quasi mai tra loro e che, per scegliere dove piantare il primo albero, finirono per ridere come quando erano bambine.
Anselmo aveva portato la sua scatola. Distribuì i semi senza tenerne nemmeno uno per sé.
«Non ne piantiamo uno solo?» chiese Nico.
«Un albero ha bisogno di compagnia. Anche le promesse.»
Scavarono buche piccole, protessero la terra con sassi e scrissero i nomi dei semi su tavolette di legno: non per controllarli, disse Anselmo, ma per ricordarsi di tornare.
Quando ebbero finito, la striscia dietro la stazione sembrava quasi uguale a prima. Ma sotto la terra c'erano ventisette possibilità.
Il seme e la tempesta
La prima notte arrivò una tempesta. La pioggia cancellò metà delle tavolette e trascinò via la terra intorno alle buche. Al mattino, Nico corse alla vecchia stazione con il cuore pesante.
«È finita» disse, vedendo i solchi lasciati dall'acqua.
Anselmo si inginocchiò. Con due dita liberò un seme dal fango. «No. È cominciata la parte che non avevamo previsto.»
Ricominciarono. Sistemarono pietre più grandi, aggiunsero terra, rifecero i segni. Nei giorni successivi, qualcuno smise di venire. Il maestro aveva le lezioni, Ada il suo orto, le sorelle il negozio. Nico temette che il terreno tornasse a essere dimenticato.
Anselmo, però, continuò a presentarsi ogni mattina.
«Non ti stanchi?» gli chiese Nico.
«Mi stanco. Ma la stanchezza non è sempre un segnale per fermarsi. A volte è solo il modo in cui il corpo ci ricorda che stiamo facendo qualcosa di importante.»
Passarono due settimane. Una mattina, tra i sassi, comparve una foglia minuscola. Non era più grande dell'unghia di Nico. Il bambino la guardò senza toccarla.
«È un albero?»
«È la sua prima frase» disse Anselmo.
Nico tornò a casa e raccontò tutto a sua madre. Il giorno dopo lei venne alla stazione con una bottiglia d'acqua. Poi venne il padre di un compagno. Poi qualcuno portò una carriola. La tempesta non aveva cancellato la promessa: aveva fatto capire a tutti che una promessa, per restare, ha bisogno di più mani.
La strada verde
Gli anni non trasformano il mondo in una sola notte. Lo fanno con pazienza, quasi di nascosto.
Il primo inverno morirono quattro piantine. La primavera dopo, altre tre. Ma le restanti crebbero. Prima furono steli, poi rami sottili, poi alberi capaci di tenere un poco d'ombra.
Nico imparò a misurare il tempo con le loro foglie. A tredici anni ne contava venti. A quindici, la strada dietro la stazione aveva già un margine verde. Anselmo camminava più lentamente, ma non smise mai di arrivare fino all'ultima curva.
Un giorno Nico lo trovò seduto sotto il primo albero, quello nato dal seme che aveva liberato dal fango.
«Adesso la collina si vede da qui» disse il ragazzo.
«La collina si è sempre vista. Siamo noi che abbiamo imparato a guardarla.»
Molto tempo dopo, quando Nico accompagnò sua figlia sulla strada bianca, la bambina gli chiese se gli alberi fossero sempre stati lì.
Nico sorrise. Le raccontò della collina spoglia, della scatola di latta e di un vecchio che aveva avuto paura di essere arrivato tardi. Le raccontò della tempesta e delle persone che erano tornate a prendersi cura di una promessa quasi invisibile.
Poi raccolse una ghianda e la mise nella mano della bambina.
«A che cosa serve?» chiese lei.
«A ricordarci che non tutto ciò che amiamo è già grande. Alcune cose hanno bisogno che noi crediamo in loro prima di poterle vedere.»
Dietro di loro, il vento passò tra le chiome giovani. Non era il vento dei ricordi di Anselmo e non era ancora quello dei racconti di Nico. Era un suono nuovo, nato dall'incontro tra ciò che era stato e ciò che poteva diventare.
Per restare tra radici, lavoro e seconde possibilità, leggi anche Il nome sul legno.
Ricordare non significa riportare indietro il mondo. Significa scegliere ciò che merita di continuare a vivere, e consegnarlo a mani che ancora non conosciamo.
Ogni futuro comincia con qualcuno che pianta un seme nella terra del presente.


