La strada prima dell’alba
Alle cinque del mattino, Pietraviva era ancora un mucchio di tetti neri sotto la montagna.
Marta Riva usciva dal retro dell’albergo con l’odore del detersivo addosso e quaranta euro guadagnati piegando lenzuola per tutta la notte. Mentre il paese dormiva, lei stringeva i lacci delle scarpe rattoppate e cominciava a correre.
La sua strada saliva fino alla Croce del Falco: nove chilometri di pietre, radici e tornanti, con quasi duemila metri di dislivello. I turisti impiegavano un giorno intero per arrivare in cima. Marta, quando le gambe giravano bene, meno di due ore.
Non aveva un allenatore né un orologio sportivo. Per misurare il tempo usava la campana della chiesa: partiva al rintocco delle cinque e controllava quante volte avesse suonato quando tornava in paese.
Correva perché lassù nessuno le chiedeva l’affitto arretrato. Nessuno le ricordava che, a ventotto anni, avrebbe dovuto cercarsi un lavoro vero. Sulla montagna non era la ragazza che lavorava di notte e contava le monete davanti al supermercato.
Era soltanto Marta, il suo respiro e la salita.
Il numero quarantasette
Un lunedì di settembre trovò ad aspettarla davanti all’albergo un uomo con una giacca rossa e un taccuino in mano.
«Sei tu quella che corre fino alla Croce?»
Marta lo guardò con diffidenza. «Dipende. Ho fatto qualcosa di illegale?»
L’uomo rise e le porse un volantino. Si chiamava Leone Bassi ed era l’organizzatore della Corsa del Gigante, la gara di montagna più importante del Paese. Quell’anno, per la prima volta, la competizione sarebbe partita proprio da Pietraviva.
Il manifesto mostrava atleti sorridenti, sponsor e un montepremi che a Marta sembrò irreale.
«Ci serve una concorrente locale» spiegò Leone. «Qualcuno che conosca questa montagna. Il paese ha fatto il tuo nome.»
Marta osservò ancora la cifra stampata in fondo alla pagina. Con il premio avrebbe potuto pagare i debiti, cambiare le scarpe, forse perfino smettere di fare i turni di notte.
«Non ho mai partecipato a una gara vera.»
«Allora sarà la tua prima.»
Accettò prima che la paura riuscisse a suggerirle una risposta diversa.
La notizia fece il giro del paese in poche ore. Qualcuno le offrì un caffè. Altri scommisero che si sarebbe ritirata prima del quinto chilometro.
Il favorito della corsa era Viktor Saren, campione europeo e detentore del record del percorso. Arrivò a Pietraviva con un fisioterapista, un addetto stampa e una valigia piena di scarpe. Quando incontrò Marta durante la presentazione ufficiale, le strinse la mano senza riconoscerla.
«Sei dello staff?» le domandò.
«No. Corro.»
Viktor la studiò per un istante, poi sorrise come si sorride a un bambino che ha appena detto di voler diventare astronauta.
Imparare la salita
Da quel giorno Marta si allenò nel tempo che riusciva a strappare al lavoro. Correva all’alba, dormiva tre ore, poi raggiungeva Arturo, il vecchio falegname del paese che da ragazzo aveva partecipato alle prime gare alpine.
Arturo non possedeva diplomi da allenatore. Aveva però occhi capaci di accorgersi di ogni errore.
«Sali troppo in fretta» le ripeteva. «Una montagna non si conquista. Si ascolta.»
Le insegnò a risparmiare le gambe, a mangiare anche quando lo stomaco si chiudeva, a riconoscere il momento in cui il dolore era soltanto paura e quello in cui diventava un avvertimento.
Gli sponsor le regalarono una maglia, ma nessuno volle pagarle le scarpe. Così Arturo organizzò una colletta. Il fornaio mise venti euro, la farmacista trenta, i bambini della scuola rovesciarono sul bancone un barattolo pieno di monete.
Marta comprò il suo primo paio di scarpe da gara.
La notte prima della partenza non riuscì a dormire. Seduta sul pavimento della cucina, ascoltò il vento battere contro le finestre e pensò di ritirarsi.
Poi vide le scarpe nuove accanto alla porta. Non erano soltanto sue. Appartenevano a ogni persona che aveva messo una moneta in quel barattolo.
Ascoltare la montagna
All’alba, Pietraviva era piena di bandiere e telecamere. Sulla linea di partenza Marta si trovò accanto a professionisti arrivati da dodici Paesi. Avevano muscoli asciutti, divise perfette e nomi stampati sulle borracce.
Lei aveva il numero 47 appuntato storto sulla maglia.
Al colpo di pistola, Viktor partì come se volesse staccare tutti nei primi cento metri. Marta sentì l’istinto urlarle di seguirlo.
Poi ricordò le parole di Arturo.
Ascolta la montagna.
Lasciò andare il gruppo di testa.
Al terzo chilometro era venticinquesima. Al quinto, diciassettesima. Quando il sentiero entrò nel bosco, cominciò a recuperare. Conosceva ogni pietra e ogni curva. Sapeva dove il terreno cedeva e dove, dietro i cespugli, si nascondeva una striscia di terra compatta.
Al rifugio delle Aquile era sesta.
Poi arrivò la pioggia.
Cadde improvvisa, fitta e gelida. Il sentiero diventò fango. Diversi atleti rallentarono. Uno scivolò e si ritirò. Marta continuò, ma al dodicesimo chilometro sentì una fitta al polpaccio.
Per qualche minuto corse zoppicando.
Viktor era ancora davanti, invisibile nella nebbia. Il premio, i debiti e le speranze del paese si allontanavano a ogni passo.
Marta si fermò. Appoggiò le mani sulle ginocchia e fissò il terreno. Avrebbe potuto tornare indietro. Nessuno l’avrebbe biasimata: era arrivata più lontano del previsto.
Poi, dal basso, udì il suono della campana di Pietraviva.
Un rintocco. Un altro.
La stessa campana che per anni aveva misurato i suoi allenamenti solitari.
Marta raddrizzò la schiena e ripartì.
Superò la quinta concorrente. Poi la quarta.
A due chilometri dalla vetta vide Viktor. Il campione avanzava lentamente, sfinito dallo sforzo iniziale. Quando Marta gli arrivò accanto, lui si voltò incredulo.
Per un centinaio di metri corsero insieme, spalla contro spalla.
Poi il sentiero si divise intorno a una parete di roccia. Viktor scelse il passaggio più largo. Marta prese quello ripido, quasi nascosto nella nebbia. Era più difficile, ma il terreno drenava meglio.
La montagna le aveva indicato la strada.
Undici secondi
Quando raggiunse il prato della Croce, mancavano trecento metri. Le gambe non le appartenevano più. Il pubblico urlava il suo nome, ma Marta sentiva soltanto il proprio respiro.
Viktor riapparve alle sue spalle.
Marta pensò alle notti trascorse a piegare lenzuola. Alle bollette sul tavolo. Alle monete dei bambini. A tutte le volte in cui aveva corso senza che nessuno la vedesse.
Capì che l’occasione della vita non era quella gara.
Erano state tutte quelle mattine in cui avrebbe potuto restare a letto e invece aveva scelto la salita.
Fece l’ultimo passo oltre il traguardo e cadde sull’erba.
Per qualche secondo non seppe se avesse vinto. Poi la campana del paese cominciò a suonare senza fermarsi.
Marta aveva preceduto Viktor di undici secondi.
Qualche mese dopo, con il premio pagò i debiti e lasciò il turno di notte. Affittò una piccola stanza sopra la falegnameria di Arturo e la trasformò in una palestra per i ragazzi di Pietraviva.
Sulla parete appese il numero 47, ancora macchiato di fango.
Quando qualcuno le chiedeva quale fosse stato il segreto della sua vittoria, Marta sorrideva.
Per continuare tra fatica, radici e futuro, leggi anche La strada che ricordava gli alberi.
«Non ho sconfitto la montagna» rispondeva. «Ho solo imparato a non smettere di salire.»
Perché le occasioni cambiano una vita soltanto quando incontrano tutti i passi compiuti prima che arrivassero.


